Il primo microprocessore della storia lo costruì un italiano. Ma in California, non a casa nostra. Quella ferita ci dice qualcosa di urgente su dove siamo oggi con l'intelligenza artificiale.

C'era un ragazzo, nato a Vicenza il primo dicembre del 1941, figlio di un professore di storia della filosofia. Non fece il liceo classico: fece il perito industriale. Lavorò all'Olivetti, dove a diciannove anni contribuì a costruire un piccolo calcolatore. E poi, come tanti dei nostri talenti migliori, partì per la California. Quel ragazzo si chiamava Federico Faggin.

Lo smartphone che avete in tasca. Il computer che stanotte ha vegliato su un paziente in un ospedale. Il trattore che lavora un campo. Tutto questo nasce da un'invenzione di quel ragazzo. Fu lui, nel 1968, alla Fairchild di Palo Alto, a creare la tecnologia del silicio su cui ancora oggi poggia tutta l'elettronica del mondo. E fu lui, nel 1970, in una piccola azienda di nome Intel, a guidare il gruppo che costruì il primo microprocessore commerciale della storia, l'Intel 4004.

Un'unghia di silicio, con dentro più potenza di calcolo dell'ENIAC, che venticinque anni prima pesava trenta tonnellate e riempiva una stanza intera.

La ferita

E la ferita è una domanda: perché il primo microprocessore del mondo l'ha costruito un italiano in California, e non qui, a casa nostra? Faggin si era formato all'Olivetti, l'azienda che negli anni Sessanta aveva stupito il mondo con la Programma 101. L'Italia, allora, era alla frontiera. Poi quella frontiera l'abbiamo lasciata andare. Per miopia. Per mancanza di capitali pazienti. E il talento fece quello che il talento fa sempre, quando intorno non trova un sistema che lo regge: se ne andò. E il valore nacque altrove.

Oggi, con l'intelligenza artificiale, siamo di nuovo a quel bivio. Soltanto che, questa volta, sappiamo già come andò a finire la prima volta.

L'umanesimo come destinazione

C'è una seconda cosa, ancora più profonda. Quest'uomo, che ha dato al mondo il cervello delle macchine, ha passato la sua seconda vita a sostenere una tesi sorprendente: che le macchine non avranno mai un'anima. Che la coscienza — sentire il sapore di un caffè, non soltanto descriverlo — non è calcolo, non è riducibile a un algoritmo.

Se ha ragione, allora il compito non è difendere l'uomo dalla concorrenza delle macchine sul terreno delle macchine: quella partita è persa in partenza. Il compito è costruire una società che valorizzi ciò che le macchine non potranno mai avere. L'inventore del microprocessore ci sta dicendo una cosa che dovremmo scolpire da qualche parte: l'umanesimo non è il nemico della tecnologia. È la sua destinazione.