La vera domanda del nostro secolo non è se le macchine ci ruberanno il lavoro, ma a chi andranno i frutti di ciò che producono. È la più antica domanda di giustizia, riproposta dalla tecnologia più nuova del mondo.

Per tutto il Novecento ci siamo raccontati che la tecnologia avrebbe liberato l'uomo dalla fatica. In parte è accaduto. Ma ogni rivoluzione industriale ha posto, sotto la superficie del progresso, una domanda che raramente abbiamo avuto il coraggio di affrontare apertamente: chi raccoglie i frutti?

L'intelligenza artificiale porta questa domanda al suo punto di massima tensione. Perché per la prima volta la macchina non sostituisce soltanto il braccio, ma una parte del pensiero. E quando ciò che viene automatizzato è la conoscenza stessa, la posta in gioco non è più solo economica: è la forma della società che verremo a costruire.

Il nostro welfare è costruito sul lavoro

Il nostro stato sociale — le pensioni, la sanità, la scuola — si finanzia con le tasse e i contributi sui salari. Ma se una parte sempre più grande della ricchezza si sposta dal lavoro al capitale, cioè dalle persone alle macchine e a chi le possiede, allora le risorse per pagare il welfare si prosciugano, proprio mentre i bisogni esplodono. È la grande forbice del nostro secolo. E nessuno, nel mondo, l'ha ancora risolta.

La vera domanda del ventunesimo secolo non sarà "le macchine ci ruberanno il lavoro?". Sarà: "a chi appartengono i frutti delle macchine?".

Le strade esistono

Un Paese serio le studia prima di averne bisogno, non durante l'emergenza. Tassare il capitale e i profitti dove si formano, a cominciare da quella tassa minima globale sulle multinazionali che è già stata concordata e che va applicata sul serio. Far partecipare i lavoratori non solo agli utili, ma alla proprietà di questa nuova economia. E ripensare un fisco che oggi, paradossalmente, tassa il lavoro molto più del capitale: esattamente al contrario di quello che servirebbe.

Una direzione da scegliere

L'AI è, allo stesso tempo, il più potente generatore di disuguaglianza e il più potente strumento di uguaglianza mai costruito dall'uomo. Quale delle due cose diventerà non lo decide la tecnologia. Lo decidono le scelte: chi possiede i modelli, chi scrive le regole, chi ha accesso agli strumenti.

La domanda sui frutti delle macchine non ha una risposta tecnica. Ha una risposta politica, etica, umana. E proprio per questo non possiamo delegarla né agli ingegneri né ai mercati. Appartiene a tutti noi.